I medici e la peste tra Trecento e Quattrocento

La comparsa della prima epidemia di peste, nel 1347-50, segnò subito una nota sconfitta per il sapere medico medievale, che non era in nessun modo attrezzato a comprendere la natura e il meccanismo di diffusione di una malattia che continuerà, del resto, a tenere accuratamente celati i propri segreti ben oltre il XIV secolo. Uno dei più celebri testi medici del Medioevo ci mostra con pochi ed efficaci enunciati in cosa consistesse la dottrina delle malattie allora considerata la più scientifica. Si tratta del Regimen sanitatis Salerni (Regole della salute salernitane): non un ponderoso trattato, ma una raccolta di precetti presentati in versi facili da mandare a memoria. Sembra che l’opera sia stata messa insieme alla fine del XIII secolo da un medico spagnolo, sulla base di testi che non ci sono pervenuti e che erano usciti dalla celebre scuola medica di Salerno, esistente già alla fine del X secolo. A loro volta le dottrine salernitane derivavano ampiamente dal medico greco Galeno, che nel II secolo d.C. aveva dato sistemazione compiuta alla cosiddetta teoria degli umori.

Questa viene così esposta dai versi salernitani: “Di quattro umori (cioè sostanze fluide) è composto il corpo umano: il sangue, la collera, la flegma, la melancolia. A ciascuno di essi corrispondono rispettivamente l’aria, il fuoco, l’acqua e la terra”. Gli umori del corpo umano sono dunque omologhi di quelli che, secondo una vecchia tradizione filosofica, erano considerati i “quattro elementi” basilari del mondo. Dalla teoria degli umori deriva immediatamente quella dei temperamenti, cioè dei vari dosaggi che possono avere i fluidi del corpo umano (si osservi che la collera non è altro che la bile verde, distinta dalla melancolia o bile nera): a seconda della prevalenza dell’uno o dell’altro avremo il tipo umano sanguigno, bilioso o collerico, flemmatico e malinconico o ipocondriaco (in questo caso si dice ancora essere di umor nero), ciascuna accuratamente descritto dai testi Salernitani. Quando lo squilibrio è ancora più nettamente rotto a favore di uno degli umori, che si presenta come sovrabbondante, abbiamo i casi delle vere e proprie malattie, che si curano ristabilendo l’armonia. Una particolare attenzione va prestata all’eccesso di sangue, responsabile di svariate affezioni patologiche: queste si curano con il salasso, al quale il Regimen dedica parecchi suoi capitoli.

Inutile dire che né la teoria né la pratica medica umorale ebbero la più piccola efficacia nei confronti della peste. Nel 1350 il collegio dei medici dell’università di Parigi pronunciò il suo responso sulla natura della malattia, in un testo che suonava come una dichiarazione di impotenza, ma che cercava a suo modo di dare una collocazione razionale al flagello. I medici di Parigi enunciavano una teoria che avrebbe mantenuto la sua ufficialità fino al XVIII secolo: la peste non era una malattia contagiosa; la sua natura universale poteva spiegarsi solo supponendo che fosse il risultato di straordinarie condizioni ambientali. Scattava a questo punto la dottrina astrologica e “aerista” (o meteorologica), il cui significato si comprende bene alla luce dell’immagine del Cosmo che fu verità scientifica fino al XVII secolo: la Terra occupa il centro di un universo con dimensioni piuttosto ridotte e intorno ad essa ruotano la Luna, i cinque pianeti ed il Sole, attaccati a sfere ruotanti composte di una materia trasparente detta etere; al di sotto della sfera della Luna si trovano, sempre in forma di spazi concentrici, i luoghi naturali dei quattro elementi, cioè le sfere del fuoco, dell’aria e dell’acqua, fino alla Terra, insieme centro e punto più basso del mondo. Nella loro rotazione i cinque pianeti di grosse dimensioni e relativamente vicini alle sfere “basse”, possono talora entrare in congiunzione, sviluppando influssi molto pericolosi sulle zone più basse del mondo.

Su questi influssi era in sostanza basata l’astrologia in senso stretto, ma in questo caso dobbiamo intenderla in senso più lato, estendendola anche a fenomeni atmosferici e fisici. Fra questi un posto speciale toccava ciò che i medici di Parigini chiamavano la “corruzione dell’aria”, cioè il suo divenire calda e umida. “Noi crediamo”, dichiarava il loro responso, “che la presente epidemia o peste provenga direttamente dall’aria corrotta nella sua sostanza, e non soltanto nella alterazione delle sue qualità”. Così stando le cose contro la peste non c’era difesa. Da dove derivavano poi le congiunzioni astrali? Anche l’Università di Parigi finiva per ammettere che in quel fenomeno del tutto eccezionale entrasse in qualche modo la volontà Divina. A maggior ragione, dunque, non restava altro consiglio che “affidarsi umilmente a questa volontà pur senza abbandonare le prescrizioni del medico”.

Ciò non significava però abbandonare del tutto la teoria umorale. Il medico Guy de Chauliac distingueva la “causa agente universale” della peste (la congiunzione di Saturno, Giove e Marte, che si comportò con gli elementi così come “il magnete muove il ferro”) dalla “causa particolare” presente nei singoli malati. Al ripetersi dell’epidemie, lungo il XIV e XV secolo, i medici cominciarono a mette da parte il ruolo che nel 1347-50 era stato da tutti attribuito alla volontà divina. Le due Teorie congiunte (aerista e umorale) potevano secondo molti, essere a base di una terapeutica efficace. E ciò che troviamo nel breve trattato dal titolo Consilio contro la pestilenza pubblicato nel 1481 del filosofo umanista e medico Marsilio Ficino, che raccoglieva una ormai lunga tradizione di sapere pratico contro la peste, sistemata però all’interno di quelle che continuavano a essere le teorie scientificamente accreditate.

“La umidità” scriveva Ficino, “è madre di putrefazione… Fuggi adunque e’ pesci quanto puoi (intra e’ quali nuociono meno e’ piccoli di fiume chiaro, petroso et corrente, fricti in olio con salina, dipoi messi in agresto o aceto o melarance o sale et un poco di pepe o cennamo).” Questo è solo uno dei tanti consigli dati da Ficino. Il suo fondamento teorico è chiaro: il pesce e connaturato all’acqua e perciò in epoca di corruzione dei fluidi umidi andrà fuggito. Se l’acqua è stagnante il pericolo è maggiore, mentre se un fiume è pietoso, essendo connesso con un elemento secco e freddo, sarà più affidabile. Il pericolo è nel caldo umido; dunque il pesce di fiume corrente e pietoso potrà essere ancora meno pericoloso se cucinato in una maniera che impedisca la putrefazione: la frittura è meglio della bollitura, il sale (le cui qualità di conservante erano ben note) va usato in abbondanza, e così pure il limone e l’aceto, con le loro proprietà rinfrescanti (contro il calore) e astringenti (contro l’umidità). A queste precauzioni alimentari bisognava aggiungere buoni salassi: “Perché questo male è o nel sangue o negli omori mixti col sangue, però mi pare di trarre sangue a tutti, da anni 14 a sexanta… A robusti et molto sanguigni, in tucto libbra una… Ove collera predomina, non più che once due”. Ficino sapeva bene, comunque, che di fronte alla peste le teorie valevano fino a un certo punto. Il suo trattatello si concludeva perciò con il consiglio veramente essenziale: “Fuggi dal luogo pestilenziale presto et di lungi, et torna tardi.”