Come avvenne la conquista del Castrum Vulpiani nel 1339?

Vaste grasse praterie e canapaie circondavano il territorio di Villa Vulpia ed il suo poderoso castrum, dotato di alti muraglioni e di sotterranei, descritti ancora dal Bertolotti nelle sue “Passeggiate nel Canavese” della seconda metà del 1800.

Dall’alto del sito ove troneggiava il nobile castello, da sempre se ne apprezzava una magnifica veduta, da cui l’importanza strategica di Volpiano, porta d’accesso per l’intero Canavese. Un poco più a Nord, si erge la famosa Badia di Fruttuaria voluta dall’abate Guglielmo, figlio di Roberto di Volpiano. Un tempo queste terre erano unite sotto il controllo degli abati e il villaggio, il castello, le praterie con la imponente silva Wulpiana erano note per la loro ricchezza.

Pietro Azario nel De Bello Canepiciano, opera del 1363, racconta di San Benigno come luogo privo di difese e così ricco da non poterne mai essere esaurito, appartenente al Signor Abate; aggiunge che qui, quattrocento persone vi nuotano nell’abbondanza. Sempre stando ai resoconti dell’Azario, Volpiano e San Benigno erano territori soggetti ai Conti di Biandrate.

Questa era una famiglia nobile dell’Italia settentrionale, il cui nome deriva da quello del castello (distrutto nel 1168) nei pressi di Biandrate, sulle rive del fiume Sesia (Novara).

Tra il XI ed il XIV secolo i Biandrate ebbero possedimenti in più di 200 località piemontesi e delle vallate alpine meridionali. In Canavese oltre ai Conti di Biandrate, si contendevano il potere i due rami dei Conti del Canavese, i San Martino ed i Valperga e il ramo cadetto dei Conti di Savoia ovvero i Savoia-Acaja, Principi di Piemonte.

Nel XIV secolo la situazione politica canavesana era quindi quanto mai intricata e complessa.

In questa cornice si inserisce la vicenda della presa del castello di Volpiano da parte di Pietro da Settimo, consigliere apprezzato e dipendente del Marchese del Monferrato Giovanni II Paleologo. Nulla si conosce, per ora, di questo particolare personaggio, cortigiano del Paleologo, che decise di sua sponte questa sortita nei nostri territori, riuscendo nell’intento e garantendo così al Marchese del Monferrato l’accesso al Canavese.

La storia di questa singolare impresa è narrata sempre da Pietro Azario nel De Bello Canepiciano e si sviluppa in modo rocambolesco. A rimarcare l’importanza strategica di Volpiano, è nuovamente l’Azario che ci riporta: il suddetto Pietro studiò il modo di impadronirsi di questo castello, per far la guerra nel Piemonte e nel Canavese, essendo il castello situato sui confini. Le mire espansionistiche del Marchese lasciano intravedere da questa affermazione due linee di manovre militari: una verso Nord, ove puntava direttamente su Caluso ed Ivrea, una verso Sud, dove abbiamo Asti e Chieri.

Secondo il Bertolotti (Passeggiate nel Canavese,1867) il castello di Volpiano non sarebbe stato facile preda poiché, oltre essere ben fortificato– dice– sulla più alta torre vigilava continuamente il torriere, pronto al menomo sospetto a dare l’allarme. Pietro, pertanto, vedendo non potervi riuscire colla forza ricorse all’inganno, corrompendo questo torrigiano; e ciò fece per mezzo della madre di costui, che era stata sua balia. Con promesse di molto denaro la sentinella della torre entrò nella trama; e perciò avuto per mezzo della madre un gomitolo di spago, lo calò giù sgomitolandolo nella profondità della notte.

Da questa descrizione si può evincere come il Castrum Vulpiani non fosse un semplice avamposto militare ai confini del canavese ma un vero e proprio castello fortificato e dotato di più torri, una delle quali, la più alta, fungeva da torre di avvistamento. E’ quindi centro di potere. E il Bertolotti nel raccontare la sua passeggiata a Volpiano, scrive di aver raggiunto “il rialto, su cui giacciono le rovine dell’antico castello di Volpiano e, continua, vagai fra questi muraglioni, conquassati dalle mine e dai cannoni, fra cui vegetano cespi di spine e di ortiche…qui sulle ora dirute pareti…, già brillarono guerreschi trofei…”

Il passo riguardante l’assalto è molto particolare e viene già raccontato nel 1363 dall’Azario (che certamente il Bertolotti ha potuto leggere) con dovizia di particolari:
“Et una nocte deposito uno filo januesi, quem portavit ei mater fingendo quod dicto filo volebat lavare caput, ordinem ita dedit, quod a parte esteriori trait super Turrim longum funem, com quo sub taciturnitate noctis unum levem hominem tiravit, & deinde praedicti duo alios quinque tiraverunt, qui postea in angulo supra murum Castri bene XXV dicto fune introduxerunt, qui partim murum descendentes Castrum invaserunt, & Monachum unum occiderunt, qui ibi stabat pro Castellano…” (Una notte il custode calò dalla torre un filo genovese, che la madre gli aveva portato con la finzione di volergli lavare la testa e con questo tirò su dalla parte esterna fin sopra la torre una lunga fune con la quale nel silenzio della notte tirò su un uomo leggero. Questi due ne tirarono su altri cinque, i quali poi, sempre per mezzo della fune, introdussero nell’angolo sopra le mura del castello ben venticinque uomini. Parte di questi, scendendo per il muro, entrarono nel castello e uccisero il monaco che vi fungeva da castellano). Il Bertolotti descrivendo la scena ci riporta ancora: “…scesero allora giù ed invasero il castello, uccidendo molti fra cui un monaco, che faceva da castellano. Lo spavento prodotto da questa repentina irruenza loro giovò moltissimo, e così tosto poterono aprire le porte ai compagni, che stavano fuori. Pietro prese possesso del castello a nome del suo signore, trattando duramente i vinti. E qui fece da castellano, fortificando sempre più il castello”

Certamente non è pensabile ad un castello di siffatte dimensioni abitato soltanto da abati. Una fortificazione in uso prevede tutta una serie di uomini a sua difesa e una importante gestione logistica. Inoltre, dal racconto risulta evidente che si trattasse proprio di una guarnigione difesa e anche bene, altrimenti non ci sarebbe stata la necessità di escogitare il sotterfugio per entrarvi. Un altro dato ci dà indicazione numerica di grande importanza: i movimenti armati nel Medioevo, soprattutto quando si tratta di scaramucce fra un paese e l’altro, comportano un dispiegamento di forze che nulla ha a che vedere con gli eserciti cui siamo abituati dalla visione del medioevo propinataci dalla televisione: un manipolo di 25-30 armati costituisce già un piccolo esercito.

Non sappiamo se si trattasse di uomini a cavallo. In questo caso per ogni cavaliere si dovrebbero contare altri due uomini di supporto giungendo a oltre 75 uomini. Infatti, ricordo che in questo periodo si era soliti contare le forze armate in “barbute” ovvero il cavaliere dotato di armatura tipica ed elmo, caratteristicamente chiamato appunto barbuta, e due uomini di supporto, uno dei quali poteva essere anche a cavallo ma certamente di animali meno preparati e valorosi rispetto a quelli montati generalmente dal cavaliere. Bertolotti conclude la storia della presa di Volpiano così: “…dobbiamo ritenere che ne 1339 Volpiano passò sotto il Marchese del Monferrato”. E da questo momento in poi si è soliti considerare proprio il 1339 come la data della presa del nostro castello da parte dei monferrini.

Queste fonti storiche sono le uniche attualmente note da cui avere notizie sulle vicende che legano Volpiano al Marchese del Monferrato.

1) Passeggiate nel Canavese. A. Bertolotti. 1867

2) Cronica del Monferrato. B. Sangiorgio Torino 1780

3) La Guerra del Canavese. Pietro Azario. Ivrea 2005