La storia degli occhiali inizia in Italia, tra Pisa e Venezia, verso la fine del XIII secolo. I primi esemplari erano semplici lenti convesse incastonate in cerchi di legno o corno, unite da un perno e tenute manualmente davanti agli occhi per correggere la presbiopia.
Nel Medioevo: I monaci amanuensi furono i primi a usarli per copiare i manoscritti. Erano considerati oggetti di lusso e simboli di saggezza.
XV-XVI secolo: Con l’invenzione della stampa, la domanda esplose. Comparvero le lenti concave per i miopi e nuovi materiali come cuoio e metallo.
XVIII secolo: Edward Scarlett inventò le stanghette rigide che poggiano sulle orecchie, trasformando gli occhiali in un accessorio stabile e comodo.
XIX secolo: Benjamin Franklin ideò le lenti bifocali, mentre i progressi nell’ottica permisero di correggere anche l’astigmatismo.
Nel XIV secolo, gli occhiali rappresentavano una rivoluzione tecnologica riservata all’élite colta, principalmente monaci e studiosi. Erano chiamati “roidi da ogli” (ruote per gli occhi) e servivano esclusivamente a correggere la presbiopia senile, permettendo di continuare a leggere e scrivere anche in età avanzata.
Erano composti da due lenti circolari unite da un perno centrale (occhiali “a forbice” o a rivetto). Non avevano stanghette, quindi venivano retti a mano o incastrati sul naso. Le montature erano realizzate in legno, osso, corno o cuoio. Le lenti erano fatte di cristallo di rocca o vetro di Murano di alta qualità.
A quel tempo Venezia deteneva il monopolio grazie alla maestria dei suoi vetrai, protetti da rigidi regolamenti delle corporazioni.
In questo periodo, l’occhiale non era solo uno strumento, ma un simbolo di status. Nell’arte trecentesca (come negli affreschi di Tommaso da Modena del 1352), venivano raffigurati per indicare l’autorità, la saggezza e la devozione del soggetto. La loro diffusione fu lenta e costosa, poiché ogni lente veniva molata a mano con precisione artigianale.
Nel 1300, l’uso degli occhiali da parte delle donne era estremamente raro e limitato a contesti molto specifici.
Nel XIV secolo, gli occhiali servivano quasi esclusivamente per leggere e scrivere. Poiché l’istruzione formale era riservata quasi interamente agli uomini (monaci, notai, medici, studiosi), le donne avevano meno “necessità” pratica di possedere uno strumento così costoso.
Le eccezioni principali erano le monache e le abbadesse. All’interno dei conventi, molte donne erano colte, leggevano testi sacri e si occupavano di miniatura e ricamo. È documentato che in alcuni ordini religiosi femminili di alto lignaggio venissero utilizzati gli occhiali per permettere alle sorelle più anziane di continuare i lavori di precisione e la lettura dell’ufficio divino.
Per secoli, e questo è proseguito ben oltre il 1300, l’occhiale è stato visto come un segno di vecchiaia o di infermità fisica. Per l’uomo, questo era compensato dall’aura di “saggio studioso” che l’oggetto conferiva.
Per la donna, la pressione sociale legata alla bellezza e alla giovinezza rendeva l’uso degli occhiali in pubblico quasi un tabù. Spesso le nobildonne preferivano farsi leggere i testi ad alta voce piuttosto che mostrare un segno di decadimento visivo.
Bisognerà aspettare il XVIII e XIX secolo per vedere una diffusione più ampia tra le donne, e spesso sotto forma di lorgnette (occhialini con il manico), considerati più eleganti e meno “invasivi” sul viso rispetto alla montatura classica.
Il primo ritratto in assoluto di una persona con gli occhiali è un capolavoro della pittura italiana e si trova a Treviso. È un momento cruciale, perché per la prima volta l’arte “fotografa” una tecnologia che stava cambiando il modo di lavorare degli intellettuali.
Nella Sala del Capitolo del convento di San Nicolò a Treviso, il pittore Tommaso da Modena realizzò un ciclo di affreschi che ritrae 40 illustri membri dell’ordine domenicano: era il 1352.
Il protagonista nel nostro caso è il cardinale Ugo di Provenza. Sebbene il cardinale fosse morto un secolo prima dell’invenzione degli occhiali, il pittore lo ritrae mentre legge con un paio di occhiali a rivetto (quelli a forbice) ben saldi sul naso. Con questo particolare l’artista voleva sottolineare che il cardinale era un uomo di immensa cultura e un lavoratore instancabile dei testi sacri.